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| Nome: Massimo Baraldi |
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Inserito il: 21/02/06
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CRONACA DEL CONCERTO OLGIATESE
di Simone Broglia
Per chi ama Trudell, la sua voce, la sua musica, le sue parole, non c'è via migliore per incontrarlo che durante un concerto.
In attesa di vedere "Trudell", un documentario sulla sua vita di prossima uscita, che si preannuncia di interesse non solo biografico, è nella dimensione live che abbiamo colto di nuovo la densità del gesto e delle parole che questo indiano Santee Sioux offre con la sua musica.
Dal vivo si può vedere il suo volto, scuro e solcato da rughe profonde, come ogni pellerossa; volto in cui si può leggere tutta una vita tesa fra le continue rivolte e la sofferenza per aver perso moglie e tre figli in un incendio molto sospetto su cui la FBI non ha voluto mai aprire indagini.
Sulle note di "Crazy Horse", entrano lui e Quiltman, vecchio indiano nativo, che comincia ad intonare canti Sioux. La voce di Trudell esce profonda, dalla mente e dallo stomaco. Sul palco porta occhiali neri che lo rendono una figura quasi mitologica, un Omero cieco, accecato dalla rabbia e dalla sua storia che tocca le cose e riesce a vedere in esse ancora lo Spirito. Si scattano le prime foto, del resto la sua immagine conta parecchio durante i concerti; il suo volto, il modo di guardare, e poi, come ripete nel suo libro, non ha paura come Cavallo pazzo che una foto gli rubi lo spirito, anzi utilizza queste sue immagini per portare in giro lo spirito stesso. I brani scorrono veloci, l'Auditorio è colmo, e gli applausi lo portano a tentare qualche approccio discorsivo col pubblico italiano, che interrompe scoraggiato dagli sguardi attoniti e spaesati dei presenti.
è il momento di "Undercurrent", un inno alla natura e alla capacità di saper guardare le cose e la loro superficie con uno sguardo che sappia darle importanza, sacralità. I Bad Dog sono una band che lo segue ormai da anni, il feeling è assodato. Due chitarre elettriche, il grande Mark Shark e Billy Watts, percussioni e tastiera curate da Ricky Eckstein, suonano in punta di piedi, per non coprire la voce, sfiorando note e sensazioni profondamente blues e mescolando il tutto con i canti di Quiltman.
C'è spazio anche per il rock, come spesso capita: c'è la bella "Johnny Damas and Me", i cui riff e schitarrate elettriche creano un contrasto con i brani molto riflessivi e parlati proposti precedentemente.
"Ever get the blues" e una bella "Bone Days" chiudono la prima parte del concerto, emozionante, riflessiva. La forza carismatica di Trudell durante il concerto è qualche cosa che si respira, come dice lui durante uno degli interventi parlati "noi questa sera non ci capiamo, le nostre parole sono diverse, ma io sento la vostra forza", la cosa era reciproca.
Toglie gli occhiali scuri, mette quelli da vista, come se avesse imparato a conoscere le persone che si trova di fronte e potesse guardarle negli occhi e lasciarsi guardare. La bellissima "Shadow Over Sister Land" e una grande "Devil and Me" avviano alla chiusura del concerto che termina con un brano inedito.
La sensazione finale non è tanto quella di un concerto, di un bel concerto, ma quella di un'esperienza che porta con sé un limite stupendo, quello di non lasciarsi afferrare fino in fondo.
Articolo di Simone Broglia
simone@mescalina.it
Articolo tratto da:
http://www.mescalina.it/musica/live/live.php?id=296
(sul sito linkato sono disponibili altre foto dell'evento)
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| Nome: Claudio |
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Inserito il: 19/02/06
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Recensione da La Provincia:
Il mito Usa al Medioevo di Olgiate
Folla per il pellerossa John Trudell Prova di carisma più che concerto olgiate «I apologize - dice John Trudell - Mi scuso se non parlo la vostra bella lingua ma credo che il potere della comunicazione superi gli ostacoli come questo». Non è stato certo facile il concerto, ma sarebbe il caso di parlare di performance, dell'artista Lakota venerdì sera in un Auditorium Medioevo veramente stipato di pubblico a Olgiate Comasco. Sui dischi la sua voce è stemperata in mille suoni diversi che accompagnano la declamazione dei suoi versi. Dal vivo, invece, la musica non deve essere troppo invadente correndo il rischio di soverchiarlo e di renderlo inudibile. E, per quanto possibile, Trudell è venuto incontro ai suoi spettatori rallentando la sua parlata. Non è stato, purtroppo, sempre chiarissimo, neppure per chi l'inglese lo mastica abbastanza. Eppure pochi sono usciti insoddisfatti. Merito del suo carisma, del potere delle sue parole (come sostiene lui stesso) o dell'intercessione del Grande Spirito, comunque sia si è trattato di novanta minuti ad alto tasso emotivo. Accompagnato da due chitarristi, da un tastierista / percussionista e da un Sioux molto più pellerossa di lui, Trudell ha declamato le sue elegie per il popolo nativo americano, evocato fin dalle primissime parole, indirizzate alla memoria di Cavallo Pazzo, Crazy Horse, la narrazione che apre l'album Bone days e che ha dato inizio a tutto. Trudell è vestito di pelle nera, gli occhi schermati da un paio di occhiali scuri, sulla testa un berrettino di lana che, dal fondo della sala, lo fa assomigliare, pericolosamente, a un emulo di Vasco Rossi. Ma John non ha bisogno di incitare la folla, di correre su e giù dal palco. È quasi immobile, intenso quando tace e appoggia il microfono all'altezza del suo cuore a sottolineare il punto di partenza di quelle parole Undercurrent. E emoziona, anche se l'attenzione da destinargli è tantissima, la concentrazione per cercare di cogliere il senso. E quando si coglie il senso, non sono parole serene quelle che sgorgano dalle labbra di Trudell. Ever get the blues?, chiede con una metafora cara agli afroamericani, assieme ai nativi certo l'etnia che ha più sofferto nella storia americana, «siete mai stati tristi?». Lui lo è certo stato, perdendo tutto per una mano anonima che lo ha privato degli affetti, della casa, quasi della vita. Ma non c'è riuscita, questa mano, non ha spezzato questa voce. Una voce che cerca di comunicare «con gli esseri umani di tutto il mondo» per trasmettere suggestioni che parlano di un'America ben diversa da quella delle cartoline ma anche da quella dei film dove, comunque, l'eroe trionfa sempre e con lui la giustizia. La vita non è sempre così cinematografica. Alessio Brunialto - John Trudell Olgiate Comasco, Auditorium Medioevo, 13 gennaio.
Concordo pienamente su queste riflessioni e voglio solo sottolineare lumanità di Trudell espressa nel suo sforzo di fare della musica un linguaggio universale che può essere compreso al di là di razze e culture diverse. Claudio Giuffrida
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