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IL BASSISTA PIU’ “BOLLENTE” DEL MONDO
INTERVISTA CON MICHAEL MANRING
di Claudio Giuffrida

Formatosi alla prestigiosa scuola di Berklee a Boston e con un “mostro” del basso come Jaco Pastorious, Michael Manring è diventato presto un virtuoso del basso elettrico, il bassista dell’anno nel 1994 per la rivista Bass player. La sua ricerca per nuove combinazioni  espressive ha ridefinito il ruolo del basso. Il suo modo di suonare ha  saputo tessere originali composizioni con una musica ricca di colori e di straordinario senso lirico, con un fine gusto per  la sperimentazione di suoni, tempi e toni.E’ stato un enorme piacere  per me scoprire attraverso questa intervista sia i segreti di un musicista magnifico che il suo rapporto con la musica profondo e ricco di emozioni. Mi piace ricordare ciò che Tom Carter ha detto di lui:

Dimentica la sua sorprendente tecnica e musicalità; dimentica la sua assoluta padronanza dello strumento; dimentica  con quanta scorrevolezza le idee musicali e la loro esecuzione sono state ben coniugate insieme… L’illuminazione è arrivata maggiormente sentendo (guardando e ascoltando) la gioia che Michael prova mentre suona… il suo marchio fatto di consapevolezza musicale e di intuizioni trascendentali era tutto al servizio del risultato finale, la gioia di fare musica.


Patrick Djivas, Giulio Bianchi e Michael Manring

Michael, nella tua carriera hai suonato con un gruppo di musicisti così vario, puoi raccontarci di queste esperienze ed in particolare dell’esperienza di suonare con grandi maestri che sfortunatamente sono tragicamente scomparsi: Jaco Pastorious e Michael Hedges?
Ho sempre amato tutti i generi musicali e sono stato affascinato dai diversi modi in cui può essere usato un media. Ho cercato di essere aperto nel suonare diversi generi musicali con la speranza di imparare sempre di più. Mi sento fortunato ad aver avuto l’opportunità di lavorare con persone così ricche di talento. Ho suonato e studiato diversi generi musicali e ho trovato che le similitudini tra i generi sono più determinanti delle differenze. L’obiettivo è sempre lo stesso, di essere partecipe del mistero e della magia che la musica offre per raggiungere il nostro spirito interiore. E’ interessante che citi Michael e Jaco perché hanno molto in comune nelle loro personalità. Entrambi vivevano intense emozioni ed un desiderio estremo, forse un bisogno, di sperimentare la vita il più profondamente possibile. Hanno entrambi avuto incredibili percorsi nelle loro brevi vite e forse persone di questo tipo non vivono a lungo. Abbiamo un detto in inglese sul fuoco che brucia intensamente ma velocemente e questo forse vale sia per Jaco che per Michael. La visione della vita di Jaco era più cupa e più autodistruttiva di quella di Michael ma entrambi sono stati illuminati dalla potente scintilla della genialità e stare vicini a loro è stata una importante fonte di ispirazione. Sono state entrambe persone molto importanti nella mia vita e ho fatto tesoro degli insegnamenti che mi hanno dato, come musicisti, uomini ed amici. In ogni caso sono molto diverso da loro con un mio proprio stile di vita, un mio percorso da seguire, e questo è ciò in cui sono più concentrato attualmente.

Quali sono i gruppi o gli artisti che preferisci ora?
Sono stato ispirato da così grandi musicisti nella mia vita. In questo momento i CD che ascolto includono un chitarrista inglese di nome Paul Galbraith, una meravigliosa registrazione di brani di Scarlatti eseguiti da Sergei Babayan,Gyogy Ligeti, Harry Partch, L. Subramanium, T.H. Vinyarakram, Oscar Peterson, Nat King Cole, la versione delle Suites Inglesi di Bach di Murray Periah, Hariprasad Chaurasia, un chitarrista russo chiamato Alexander Vynograd, Alban Berg, Joe Pass, Morton Feldman e Lenny Breau.

Quali strumentisti hanno influenzato il tuo suono quando hai iniziato?
Di nuovo, ce ne sono stati così tanti! Quando ho iniziato a suonare era molto famoso il disco del festival di Woodstock. E davvero mi piacevano molto tutti gli artisti che c’erano e penso che quel gusto per generi diversi è sempre stato con me da allora. Mi sono interessato presto al Jazz, poi alla musica da camera, musica sinfonica, musica del XX° secolo, avanguardia, musica etnica. Posso dire che adoro ogni genere che trovo stimolante emotivamente, intellettualmente e/o spiritualmente.

Quali altri artisti stai ascoltando attualmente?
Amo ascoltare tutta la musica in cui mi imbatto, molti mi danno dei CD da sentire ed in genere mi sento più a mio agio nell’ascoltare la maggior parte della musica appena una o due volte. Cerco di ascoltare profondamente e mi sembra di cogliere ciò che mi serve anche in uno o due ascolti. La musica che citavo più sopra per contro l’ascolto in continuazione perché mi fa stare bene e mi aiuta ad entrare in contatto con bellezza e significati. Ma attualmente nella mia vita mi piace dare molto spazio anche al silenzio.

Come definiresti il tuo stile di suonare?
Direi che sono alla ricerca di uno stile naturale. Viviamo in tempi straordinari con culture che entrano in contatto, si fondono e scompaiono, i vecchi metodi non sono sempre adeguati a realizzare il significato del mondo in cui sono cresciuto e dove sono ora. Ci sono grandi difficoltà nel nostro mondo, ma anche grandi possibilità, ed è mia opinione, grandi opportunità per esprimere ciò che è bello. Spero di essere parte di un movimento che onora il passato ma va verso un futuro migliore.

L’industria discografica è ancora spaventata dall’idea del basso come un grande strumento solista?
L’industria discografica sembra cercare disperatamente di mantenere un vecchio sistema antiquato attraverso il quale fa un sacco di soldi. Non so se è stata mai in pensiero per un solista di basso, o semplicemente non c’entra con il loro modello di fare soldi e così lo ha ignorato. Adesso che questo modello si sta esaurendo forse ci saranno nuove possibilità, non solo per il basso, ma per i suoni di tutti i generi. Quello che mi sembra infelice è che molti che lavorano nell’industria discografica non sono intenzionati ad aprire le loro menti alle nuove opportunità che si presentano.

Michael, che direzione sta prendendo la tua passione musicale?
Sto tuttora esplorando e ricercando questo tipo di lingua madre che esprima ciò che è vitale in questi strani e bellissimi tempi. Non sono mai abbastanza sicuro di quale sarà la prossima svolta.

Quale è stato il tuo momento di maggiore soddisfazione mentre suonavi?
Spero non penserai che voglia evadere la domanda ma provo un’emozione particolare quando tutto va per il verso giusto e la musica semplicemente fluisce tanto da estraniarmi da me stesso. In un certo senso sono sicuro che ti hanno già descritto meglio questa mia sensazione, ma per me è il momento migliore, è sempre lo stesso e mi sento fortunato tutte le volte che posso provare questa esperienza.

Come ti sei trovato coinvolto nell’utilizzo dei looping e nell’uso dell’E-bow?
Mi sono interessato ai looping (creazione di sovra-incisioni ripetitive mentre si suona grazie all’impiego di un digital-delay N.d.t.) quando ho provato un JamMan Lexicon nel 95, il primo modello commerciale progettato per un uso dal vivo. Ne avevo due che sincronizzavo insieme per aumentarne le potenzialità e mi sono divertito molto. Sfortunatamente le linee aeree americane hanno apportato delle restrizioni per i pesi dei bagagli che si possono portare con sé così ho dovuto lasciarli a casa fino a quando non troverò un’altra soluzione. Ho utilizzato il mio primo E-bow (congegno elettronico che prolunga il suono di ogni singola nota, dandole una connotazione simile a quella emessa da uno strumento ad arco N.d.t.) nel 1986. A quel tempo ero in un gruppo con un mio amico, il grande violinista Darol Anger e gli parlavo di quanto avessi voluto provare un E-bow ma non avevo abbastanza soldi  per comprarne uno. Ma un giorno Derol ha pensato di regalarmelo e gliene sarò sempre grato. Ne sono rimasto immediatamente affascinato e divenne da subito una parte della mia visione del suonare il basso.

Michael, cosa ti ha fatto prendere la strada delle accordature alterate?
Ho sperimentato le accordature alterate quando ero giovane, i miei amici non mi incoraggiavano ad usarle perché dicevano che non potevano funzionare applicate al basso.
Quando ho incontrato Michael Hedges nel 79 ho iniziato a rendermi conto che non era importante dare retta a ciò che le persone dicono su ciò che si potrebbe o non si potrebbe fare con uno strumento musicale.

L’Hyperbass è un nuovo strumento che ti permette di cambiare accordature al volo mentre suoni, cosa ti ha spinto verso questa idea?
Come ho cominciato a sperimentare diverse accordature mi sono reso conto che il basso è uno strumento ideale per questo scopo. Diversamente da molti strumenti acustici il basso è uno strumento compatto, stabile che può sopportare le varie sollecitazioni che le accordature alterate comportano. Questo significa che c’è la possibilità di applicare migliaia di accordature e la capacità di realizzare un’accordatura dinamica. Quando cambio la tonalità di una corda le altre rimangono accordate ed è così che ho la possibilità di modificare l’accordatura anche durante l’esecuzione di un pezzo. Nell’ottica di esplorare questo concetto a fondo, ho scoperto di aver bisogno di un nuovo strumento, ho sottoposto quest’idea a parecchi costruttori di chitarra e tutti pensavano che fossi pazzo. Poi ho incontrato Joe Zon che mi disse che era una buona idea e anzi ci applicò anche dei propri contributi così iniziammo a lavorare insieme. Il prototipo dell’Hyperbass è stato completato circa nel 90 ed è ancora quello che uso tutt’oggi.

Come fai ad adeguarti mentalmente cambiando accordatura al volo?
Tendo a pensare in termini di intervalli piuttosto che di note. Ci sono patterns (schemi strutturali di riferimento N.d.t.) sulla tastiera che non cambiano ma la relazione tra loro si modifica quando cambi accordatura. In ogni caso non cerco di padroneggiare una nuova accordatura troppo velocemente. Mi piace la sensazione di sentirmi perso e sorpreso dal suono che esce dallo strumento. Mi ricorda la sensazione di mistero e curiosità che provavo quando iniziavo a suonare come bassista, la sensazione di non essere certo di quale suono sarebbe uscito quando mettevo le mani sul basso.


Claudio Giuffrida

Che strumentazione userai questa sera sul palco?
Porto con me tre bassi, grazie a Dio le compagnie aeree mi concedono di farlo. Mi porto due E-bow e un processore d’effetti Boss VF-1. Mi piace il VF-1 perché è piccolo e riesce a fare così tanto, dove suono devo in ogni caso affittare o prendere a noleggio un amplificatore.

Stai pensando di usare uno strumento a doppio manico sul palco?
Joe Zon ed io abbiamo lavorato sui progetti per strumenti  a doppio manico a volte con continuità o a volte meno per parecchi anni. Penso che li finiremo un giorno e ne porterò uno in giro.

Qual’è la percentuale di musica improvvisata e scritta nelle tue esibizioni dal vivo?
Questa è una bella domanda. In alcuni dei miei pezzi le note sono per la maggior parte fisse ma tendo ad improvvisare il fraseggio, le dinamiche, l’effetto ritmico, il colore della tonalità, e per alcune estensioni anche la forma. Altri pezzi contengono aree musicali più generali piuttosto che note predefinite, altri pezzi hanno sezioni per improvvisazioni di diverso genere e diversi livelli di libertà. In ogni caso mi piace la spontaneità e di solito cerco di confezionare  l’esibizione sull’emozione della serata.

Claudio Giuffrida
30 marzo 2006