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IL NOMADISMO NEL SANGUE
INTERVISTA A HOOSO - HOOSO TRANSMONGOLIA
di Massimo Baraldi

Quella degli Hosoo Transmongolia è una formazione stupefacente: cinque musicisti, tutti di età compresa tra i 19 e i 35 anni e rigorosamente mongoli. L’indole nomade li ha guidati attraverso gli Altai, le infinite steppe russe e gli Urali sino in Germania, dove risiedono ormai da anni.

Le contaminazioni con il mondo occidentale non hanno però intaccato il profondo legame con la tradizione mongola: i costumi che indossano sul palco, le particolarissime tecniche di canto (di gola o polifonico), gli strumenti tipici suonati in assenza di qualunque forma di amplificazione rappresentano il cordone ombelicale con una terra e cultura che, seppur lontana, ad oggi non si sono decisi a recidere… la loro è piuttosto una trasposizione della tradizione Höömij in un contesto urbano e dai tratti marcatamente occidentali.
Incontro Dangaa Khosbayar, in arte Hosoo, e i suoi quattro compagni al tavolo di un ristorante, dopo il concerto… quelle che seguono sono le nostre chiacchiere in libertà, tra una bistecca e l’altra.




Alcuni anni fa hai dichiarato che in Mongolia l’interesse per la tecnica di canto Höömij è piuttosto scarso. Eppure, quando ci si riferisce alla Mongolia, non si può fare a meno di pensare a una terra dalle solide tradizioni...
Per migliaia di anni noi mongoli abbiamo vissuto nella natura, lontano dalle grandi città, dai tipici prodotti della civilizzazione, lontani dalla tecnologia... E ancora oggi è in parte così. Per un mongolo, la terra, le montagne e i fiumi sono sacri. E‘ una tradizione dura a morire. Come quella degli sciamani. Non c’è la proprietà privata, nei villaggi montani o nel deserto del Gobi: si è soli, a tu per tu con la natura.

Come mai, dunque, questo disinteresse?
Da una parte c’è disinteresse, è vero, e ciò per motivi storici. Per 40 anni e oltre abbiamo vissuto sotto il comunismo, che, oltre a razionarci il grano che noi stessi producevamo, ci ha vietato il canto Höömij. Chi è riuscito ad emigrare allora (in India, negli USA, ecc.) ha portato con sé quest’arte in quei Paesi. Oggi ufficialmente l’ Höömij non esiste...

E tuttavia oggi l’arte Höömij si è ulteriormente sviluppata. Com’è possibile? E in quale direzione va l’odierna cultura mongolica?
Sì, questa è l’altra faccia della realtà: negli ultimi 30 anni l’Höömij si è sviluppato. Pian piano, in maniera sotterranea, l’interesse ricresce. Purtroppo, però, molti di coloro che si dedicano a quest‘arte non hanno appreso le vere regole che ne sono a fondamento... Ecco perché ci sono pochi cantanti degni di menzione. Tra questi, Sundui, Sengedorj, Ganbold... alcuni giovani vengono da me per imparare... ma questi 40 anni di socialismo sovietico hanno segnato in maniera negativa la continuità della tradizione. Mi chiedi in che direzione va la nostra cultura. Ti dirò: non c’è molta differenza tra il pensiero mongolo di oggi con quello di 1000 anni fa. Dalla metà degli anni 90 c’è stato il grande ritorno alle tradizioni. Tuttora in Mongolia abbiamo pochissima cultura europea. A livello sociale esiste lo sfruttamento, questo sì: bambini che lavorano nelle miniere di carbone, e i famigerati bambini di strada... Ma principalmente rimangono vive le tradizioni. Le occupazioni principali della nostra gente sono ancora la caccia e la pastorizia. Abbiamo il nomadismo nel sangue! Per questo, tra i nostri più grandi valori, c’è quello del “ritorno al luogo d’origine“. In Mongolia si dice che, se uno non rivede almeno una volta al mese il posto dov’è nato, è una persona malata. Il ritorno alla propria famiglia: un‘unione molto forte, una cerimonia difficile da spiegare a uno straniero. Devi pensare che da noi i bambini non nascono nelle cliniche. Spesso è la nonna a fungere da levatrice... E‘ un rito che si tramanda di generazione in generazione. Come l’arte Höömij, che è nata nella regione da cui provengo io.

Dunque tu mi confermi che la cultura popolare mongola rimane fortemente legata alle forze della natura. Nell’Europa Occidentale abbiamo smarrito questo legame, e così ci ritroviamo costretti a ricreare il nostro mondo con nuovi principi etici. Come giudichi ciò?
Sì, è vero, al contrario di voi occidentali il nostro legame con la natura è ancora integro. Noi non abbiamo computer. Non così tanti e non ovunque, ad ogni modo. Nelle nostre grandi città, Ulan Bator e altre due-tre, forse si sta facendo strada un modus vivendi all’Occidentale... Ma nel resto del Paese ogni cosa rimane come mille anni fa... Siamo ancora i nomadi di una volta, in fondo.

Dersu Uzala, il personaggio principale dell’omonimo film di Akira Kurosawa, non è riuscito a superare la discrepanza tra tradizione e modernità... Secondo te, in quale direzione dobbiamo andare?
Difficile dirlo. E‘ capitato anche a me di vivere in una città, ma non mi sono sentito felice là. Ormai mi rendo conto di poter comporre e far musica unicamente nella natura. Amo le voci della natura. I rumori di una città sono alienanti. Ti ricordo che l’ Höömij è un canto “di imitazione“: in esso ci sono le voci degli animali (cavalli, lupi, cammelli) e quella dei fiumi, l’eco delle montagne e il suono del vento. Quando vivevo in città rischiai quasi di perdere il mio orecchio musicale. In quale direzione andare, mi chiedi? C’è un’unica risposta: nella direzione della natura.

Attualmente l’industria discografica è molto aperta alla musica etnica (penso al vasto progetto di Peter Gabriel Real World, o all’artista balcanico Goran Bregovic). Ciò significa forse la riscoperta della cultura popolare oppure si tratta di mero business?
La musica tradizionale non è mai abbastanza, e quella che di solito ci propinano è solo show business. Ma molte persone, anche all’Ovest, tendono a ritrovare le proprie radici. Anche se purtroppo poi ascoltano (forse perché costretti a farlo) pseudomusica, ovvero suoni prodotti dai computer.

Nella tua nuova produzione si nota una maggiore apertura ai codici musicali dell’Occidente. Pensi che l’arte Höömij e il jazz possono convivere e arricchirsi vicendevolmente?
Sì. C’è una corrente jazzistica che abbraccia la musica etnica. Saprai che anni fa, con il gruppo tedesco Embryo, ho fatto una tournée che ci portò tra l’altro in Marocco e in Turchia...

Infatti. E assistendo oggi alla tua esibizione mi è capitato di pensare spesso al blues...
Blues, dici. Può darsi. Noi mongoli però non pensiamo in questi termini, non classifichiamo la nostra musica nell’ottica di quella occidentale. Molte persone della mia stessa regione non sanno nemmeno che cosa sia il blues...

Ma c’è una musica occidentale che apprezzi in modo particolare?
Il jazz.

Il jazz?
Sì.

E‘ fantastica la tua tecnica di canto...
Beh, quando ero ancora in seno alla mia famiglia, a Chvod, nella provincia Chandman-Sum, sui Monti Altai, cominciai prestissimo – appena settenne – a dedicarmi all’ Höömij. Canto dunque da oltre 20 anni ormai...


Albiolo (CO), 17 febbraio 2006

© Massimo Baraldi
www.massimobaraldi.it

Traduzione di Peter Patti

Un grazie a Peter Patti per la traduzione!
Per chiunque volesse approfondire l’argomento, segnalo il link al suo blog musicale http://blog.virgilio.it/topolain nel quale è presente un bellissimo articolo riguardo Hosoo e la sua arte.