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TEMPI TRIBALI
Incontro con Giovanni Rubbiani e i suoi CARAVANE DE VILLE
di Massimo Baraldi


All’inizio fu Giovanni Rubbiani, ex chitarra dei Modena City Ramblers, poi venne la voce blues di Sara Piolanti, poi Deborah Walker con il suo violoncello e infine tutti gli altri, eterogenei per background musicale ma accomunati da un latente istinto caravano: questa la genesi dei Caravane de Ville, nomadi urbani e cantastorie del Terzo Millennio. Correva l’anno 2001 quando sfornarono “Metropolis” e qualcuno gridò al miracolo… il loro “Casbah” del 2004 testimonia quanta strada abbiano fatto da allora.
Incontro Rubbiani e i suoi compagni a Valmorea in occasione della loro partecipazione alla rassegna “Musica in collina” curata dall’indomito Giulio Bianchi. Quella che segue è la nostra chiacchierata.




L’immagine che mi viene in mente, pensando all’esperienza dei Caravane de Ville, è quella di una soluzione chimica in cui la realtà urbana sia lasciata a fermentare per isolarne i sapori, gli umori, gli echi. Tu come la vedi?

Mi sembra una bella definizione! Bravo! (ride di gusto) …sì, diciamo che quando ho lasciato i Modena City Ramblers e cominciato l’avventura Caravane de Ville la mia idea era appunto di spostarmi dal contesto folk dei primi - legato al dialetto e a cose come le mondine, la musica dell’aia, gli strumenti della tradizione popolare, il pub, eccetera - ad un qualcosa di più cittadino: mi sono quindi orientato verso le chitarre elettriche, i violoncelli, i bidoni, le percussioni e ho lasciato stare gli strumenti tradizionali. La Metropolis del primo album, nei testi, era una sorta di organismo, di marmellata urbana in cui tante storie, persone e figure stavano lì a macerare, le stesse che poi generavano il grande essere vivente che è la città: un assieme di vite, di cose fatte, di cicli e di incontri… era questo l’immaginario metropolitano che volevo affrontare con “Metropolis” e che poi ho finito per esplorare ulteriormente con “Casbah”. Casbah è la Metropolis che si è mischiata, che si è contaminata: è la città che vive dei contrasti legati all’arrivo dei maghrebini, degli islamici e degli africani, che si colora di altre storie.


Il volto delle nostre città, così come della nostra provincia, è in sempre più rapida mutazione e ora ha assunto connotazioni fortemente multietniche a pigmentazione variabile: il meltin pot del terzo millennio rappresenta un arricchimento o una spersonalizzazione?

È una scommessa che si può vincere o perdere… può essere un arricchimento, ma anche un appiattimento! Io sono tornato dal Giappone una settimana fa ed è stato impressionante notare come anche in un paese così lontano da noi ci siano tutte le vetrine di Dolce e Gabbana, Dior, Benetton e Valentino! E ti dici: “Cavolo! Io non sono venuto fin in Giappone per guardare le vetrine di Valentino o Dolce e Gabbana, cazzo!”, poi pensi: “Urca! Alla fine le cose per me veramente importanti del Giappone sono altre, e non me ne frega niente di venire qua a vedere Benetton!”. Quindi la scommessa è riuscire a mantenere salde le proprie cose, le proprie radici, una propria identità, pur mettendole in discussione e anche arricchendole con altre! È un rischio che sento anch’io, quindi lavoro e lavoriamo apertamente per favorire la prima ipotesi. Ora sto elaborando un nuovo progetto che si chiama “Banda larga”: una big band multietnica, sul tipo dell’Orchestra di Piazza Vittorio, che prende spunto esattamente da questo tema, cioè l’avere una radice italiana di base in cui mettere dentro delle cose marocchine, africane, ucraine, greche, eccetera… è la mia scommessa personale per i prossimi anni.


Ti va di spendere qualche parola riguardo i “tempi tribali”?

Alla canzone o ai tempi che ci stanno intorno?


Ai tempi che ci stanno intorno: cosa intendi con “tribali”?

Mi hanno molto colpito i fatti legati al post-11 settembre, il ritorno alle guerre come mezzo per risolvere le controversie internazionali: pensavo di far parte di una generazione fortunata, la prima venuta alla luce senza guerre in un’Europa più o meno pacificata, che rinunciava ai conflitti e si illudeva di risolvere i problemi con la diplomazia… invece mi son ritrovato in una società dove permane il paradosso dell’estrema modernità e dell’estrema arcaicità. Questa guerra iper-tecnologica mi stupiva: da un lato l’esercito più potente del mondo, satellitari, computer, strategie… dall’altro un beduino nascosto nelle montagne dell’Afghanistan protetto da pastori con la barbona, la mitragliatrice ed i capretti che corrono nei cortili. E allora dici: “Ma cavolo, alla fine siamo ancora qua a fare a randellate come 1000, come 2000 anni fa! Lo facciamo con le TV satellitari, con la mega-tecnologia… però alla fine è di nuovo uno scontro fra tribù, una faida tra me che ho Dio dalla mia parte, te che hai Dio dalla tua e ci scanniamo alla grande!”. Ero colpito dalla commistione di modernità e di cose invece veramente medioevali: questo è ciò che ho provato a mettere nella canzone, che tra l’altro è una di quelle a cui tengo di più nel secondo disco dei Caravane de Ville.


Parli di “stregoni catodici generanti nubi di guerra”: come vivi il rapporto con i media?

Ma sai, al solito un mezzo non è di per sé buono, non è di per sé cattivo. Di certo nell’epoca della comunicazione globale c’è un continuo rincorrersi, avvitarsi su se stesse di notizie, contronotizie e contro-contronotizie che (sospira) trovo veramente sfiancante! E sempre per proseguire il discorso di prima, credo che “Tempi tribali” e “Nubi di guerra” siano due pezzi molto collegati tra loro. Qui in Occidente noi viviamo nell’epoca dell’iper-informazione, in cui più o meno qualunque persona può attaccarsi ad un computer e sapere tutto quello che succede in Italia ma anche in India, in Giappone, in Australia o in Argentina. In tempo reale puoi essere informatissimo sui fatti della periferia di Baghdad, di Nuova Delhi o di Santiago del Cile… ma alla fine questi miliardi di notizie la testa te la riempiono pure troppo. Stranamente, mi pare di vedere che la reazione a tutto questo sia una generazione di segno contrario, che tende cioè a rifugiarsi nelle parole d’ordine semplici, antiche, quelle che tu senti tue. E come probabilmente accade ai combattenti islamici che seguono Bin Laden, così è per gli elettori del Midwest americano che votano Bush perché rappresenta i valori cattolici, la Patria, la Famiglia, la Bibbia… è con quelli che ha vinto le elezioni. Le persone sono sommerse da una marea di cose, di voci in televisione e robe che si rincorrono: per questo sentono il bisogno di qualcosa che sia istintivamente loro, senza troppe menate. E quindi dicono “Voto Bush. Perché? Perché è un bravo bianco americano che legge la Bibbia”, oppure “Seguo Bin Laden. Perché? Perchè è un bravo musulmano che fa un mazzo così agli imperialisti americani”. Questa è una cosa che mi fa riflettere molto.


Bè, effettivamente sì, fa pensare!

Fa pensare… (annuisce ridendo)


Ed il tuo ruolo, in tutto questo? Tuo, come degli artisti in generale: catalizzatori di energia o semplici testimoni?

Sono dei testimoni… con le antenne dritte! Nel senso che riescono a captare certe cose che sono nell’aria, a raccontarle e a mettertele in una canzone. Non credo che cambieranno il mondo: se non lo ha cambiato Dylan, figuriamoci se ci riuscirò io! Però con le tue antennine cerchi di imprimere su un disco delle cose che raccontino un pezzo del mondo che ti sta intorno e che magari aiutino le persone che vivono vicino a te a decifrarlo, a leggerne, a riconoscerne meglio alcune parti. Siamo delle formichine, siamo delle piccolissime cose, però almeno cerchiamo di capirla, la nostra piccola tana, di interpretarla e magari migliorarla un po’.


Quelle che in “Metropolis” erano suggestioni etniche pervadono ancora più profondamente tutte le composizioni di “Casbah”, a livello di sonorità ma anche linguistico. Oggi in che direzione si muove la vostra ricerca?

Guarda, in questo momento i Caravane si muovono verso un periodo di pausa, come dicevo prima, nel senso che ci sono varie altre robe che stanno prendendo forma tra noi a livello individuale: Sara Piolanti sta incidendo il suo disco solista che è già ben avviato, io sto seguendo il progetto di “Banda larga” che mi interessa molto e a cui certamente dedicherò del tempo, oltre a fare altre cose. Quindi per un po’ staremo fermi, finché non sarà il momento di fare un terzo disco. E credo che quando ripartiremo la vocazione dei Caravane sarà sicuramente più rock, più scarnificata rispetto a “Casbah”. Se dovessi pensare ad un nuovo disco adesso, sarebbe essenziale: più chitarra e violoncelli, meno Mediterraneo. E lascerei più spazio alla voce di Sara… un disco spietato, ecco, forse è questa la parola. Un po’ più cattivo, sicuramente (ride).


La ricerca sempre più spesso scava nella tradizione e, oltre a metterne a nudo le radici, sa estendere i collegamenti e creare un dialogo tra culture apparentemente lontane. La cantante Michelle Shocked sostiene che nel folk vi sia la stessa energia del punk, tu cosa ne pensi?

Penso che abbia assolutamente ragione, infatti il mio “big bang” musicale fu quando scoprii i Pogues e la musica irlandese: questa musica folk antica di centinaia d’anni suonata con tin whistle, fisarmonica, violino e chitarra acustica, senza neanche l’amplificazione aveva una carica, un’energia, un’aggressività che secondo me era maggiore di quella dei Clash o del punk. Quindi… assolutamente sì, credo che gli strumenti antichi possano, come abbiamo dimostrato con i primi Ramblers, essere pieni di energia, cattiveria e grinta anche nel 2006.


In molti si sono interrogati sulle possibili ragioni del proliferare di miracoli musicali in Emilia… tra questi il bolognese Gianluca Morozzi, che alla spinosa questione ha dedicato il suo ultimo libro [L’Emilia o la dura legge della musica, Guanda 2006, n.d.a.]. Tu, da buon miracolato, cosa ne dici?

Ma io, da modenese, non la vedo mica così! Anzi, ti dico la verità, noi emiliani negli anni ’90 ci siamo sentiti un po’ messi da parte! Sembrava che fosse Torino il centro della musica italiana… e in effetti in quel periodo lo era. Penso anche che l’Emilia abbia conosciuto momenti migliori: ci sono delle cose che succedono e qualche artista esce sempre, però come numero di gruppi di base, vivacità e proposte la nostra regione non è in una fase musicale e culturale particolarmente gloriosa. Tradizionalmente sì, è sempre stata una terra di grandi storie politiche e sociali, di grande partecipazione, aggregazione e movimento, fattori che sicuramente hanno avuto la loro importanza per Guccini piuttosto che per i Modena City Ramblers, Dalla, Ligabue o i CCCP, per citarti alcuni dei nomi che mi vengono in mente. O per gli Skiantos.
E poi non so se in futuro sarà ancora questo grande serbatoio. Di sicuro è stata una terra ricca di possibilità, con molti locali, circoli, festival, sale prove, luoghi in cui c’era modo di tirar fuori quello che girava. Però sì, non la vedo così rose e fiori, da emiliano (ride di gusto).



Valmorea (CO), 2 settembre 2006

© Massimo Baraldi
massimobaraldi.it