La musica del mondo tra la tua finestra e l'orizzonte...
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ANTONI O’BRESKEY
Un piano etnico per celebrare la vita
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Di Claudio Giuffrida

Magico concerto a Binago sabato 28 settembre, l’Antonio Breschi Trio ci ha trasportato attraverso melodie celtiche ed andaluse, tra trascinanti gighe, musiche gitane, raffinate improvvisazioni jazz e originali incursioni nella musica classica.
Inizia il concerto con il suo piano che incanta con sognanti e delicate melodie tratte dalle sue colonne sonore dei documentari di F. Quilici felicemente riproposte anche nel suo cd Singing Shores.



Magnifico il repertorio musicale riproposto da Cd storici come Ode to Ireland, Orekan-world sinphony, e Al kamar il cui flamenco ha attraversato frontiere ed influenze musicali.
BRESCHI ha fatto brillare il suo piano Etnico di luce propria, ma è stato anche illuminato dalle melodie ora malinconiche, ora allegre delle pipes e dei flauti dell’irlandese Joe mcHugh.
Consuelo Nerea, dolcissima ed eterea come una giovane dea irlandese, ad accompagnare col bodhran i duetti di Breschi e McHugh sempre in sintonia, con misurata professionalità e stile.
Come Breschi dice da anni, la musica nera ha i suoi fondamenti nel linguaggio musicale irlandese, dimostrando la coesione dei suoi brani dal tipico sapore irish con l’improvvisazione jazz e blues.
Non pago ha interpretato musiche di Bach al ritmo della giga irlandese, come ha eseguito nel suo When Bach was an irishman, sorprendendo il pubblico per bravura, ironia ed originalità.
Un musicista eclettico Breschi, la cui abilità tecnica non si esaurisce nel virtuosismo, ma capace di esprimere, con linguaggi variegati e preziosi, composizioni pianistiche complesse e coinvolgenti.
E’ raro sentire in un solo strumento una così splendida varietà di colori musicali che ha reso il suo modo di comporre moderno, impressionante e sempre in anticipo con i tempi.
Certamente un altro suo grande pregio è riuscire a condividere con il pubblico il suo amore per culture musicali ed etniche molto diverse ma che nella sua musica riescono a fondersi come per magia. Appassionante la presentazione di alcuni brani in cui prende la difesa di etnie e patrimoni musicali che devono essere salvati dall’appiattimento provocato dalle culture dominanti. Argomenti toccati anche nella vivace e simpatica presentazione del suo libro “heyoka, il giullare della musica”, nel pomeriggio presso il comune di Binago. Doveroso ma sincero il ringraziamento per questa opportunità offertaci dalla sensibilità dell’assessore alla cultura Giuseppina Ciapparelli.

Sono stato autorizzato dall’autore a citare, dal suddetto libro, un suo pensiero che trovo provocatorio ed illuminante:

“ Quello che caratterizza la musica celtico-irlandese e a parer mio la rende superiore a tante altre forme musicali anche tradizionali è l’improvvisazione che si nasconde nei suoi accenti e nei suoi ornamenti (così facili e naturali per loro ma così difficili per un musicista accademico). Questo scandalizzerà tanti, soprattutto jazzisti, che, ascoltando con la testa e non con il cuore, la troveranno invece noiosa. Ma ciò che conta veramente non è la quantità di note ormai scontate di un’improvvisazione (quella sì noiosa!) ma la qualità dell’intenzione, la magia, l’eleganza, la comunicazione, la socializzazione e soprattutto il senso dell’imprevedibilità, che poi è il senso della vita.”

Antonio Breschi - the complete interview
di Claudio Giuffrida

Ciao Antonio, ci conosciamo già grazie a Michel Poletti ed al suo ex-teatro SanMaterno di Ascona (CH), a cui sono tuttora grato per avermi fatto conoscere già negli anni 80 la carica comunicativa della tua musica, il talento e la varietà delle tue numerose composizioni. Rimasi molto colpito dalla bellezza di alcune tue opere in particolare: Ode to ireland (‘82), Mezulari (‘85), per le fantastiche melodie irlandesi; Al kamar (‘89), Orekan (‘92) per la sperimentazione e fusione di musica basca, araba, con flamenco e jazz; fino ai più recenti When Bach was an irishman e Irish meet the blues (’02) dove melodie irlandesi contaminano musica classica e blues. Cosa ti ha portato a superare le barriere di generi e stili musicali così diversi?

Il fatto di essermi sentito spesso emarginato e di avere provato l’esperienza ed il disagio del disadattamento. Fin da piccolo mi sono sentito straniero: riguardo alla famiglia, al paese dove sono nato, agli amici e soprattutto alla scuola (sia il Liceo Classico che il Conservatorio di Musica). Credo che questo sia il vero motivo che mi ha spinto a superare le barriere. Forse nel mio inconscio speravo che, eliminate le frontiere e distrutte le dogane culturali e musicali avrei potuto sentirmi a casa ovunque. Poi invece “me ne riparto sempre straniero” come diceva Ungaretti ma almeno sono felice quando mi dicono che chi ascolta la mia musica (di qualsiasi età, razza e cultura sia) possa sentirsi sempre un po’ a casa!


Nel tuo progetto di “Pianoforte Etnico” traduci in metafora la sfida affinché il tuo piano possa: cantare come un’arpa, piangere come un canto tradizionale, ridere come una cornamusa, soffiare come un flauto, correre come una percussione africana, danzare come un gitano, esprimersi come un violino, divertire come un banjo e improvvisare come una tromba... è la ricerca di una voluta fusione di tutti i “colori” della musica?

I colori della musica sono un po’ come i funghi porcini. Non siamo noi a trovarli ma sono loro che trovano noi.
Centinaia di persone, anche esperte, possono entrare in un bosco, passare davanti ad un fungo e non vederlo poi passi tu e lo vedi, perché? Perché lui ha deciso di farsi trovare! Così io non ho cercato la fusione di tutti i colori ma sono loro che hanno scelto di entrare nella mia musica. Questo non vuol dire che io non mi sia fatto un “mazzo così” per trovarli e non abbia esplorato boschi enormi e impervi pieni di rovi, fossati e anche mostri, però quando li trovo so che sono loro che decidono!... così funziona, basta entrare nel bosco con rispetto: verso la magia della natura, il mistero dell’universo e l’insegnamento delle tradizioni. E poi mi raccomando... non entrate nel bosco mai in compagnia della Margherita Hach!


In 30 anni di carriera hai speso molto tempo della tua vita a stretto contatto con i popoli baschi, la “movida” spagnola, l’irlanda dei celti, l’alabama dei neri americani, l’innamoramento di queste culture ha reso il tuo piano “nomadic” -nomade come tu lo definisci - secondo te c’è un denominatore comune in queste culture musicali?

Ci sono denominatori comuni che si possono racchiudere in tre parole: radici, dignità e libertà (o ricerca della libertà). Poi se si fa una investigazione più approfondita ci si accorge di quanto questi popoli siano collegati non solamente idealmente e ideologicamente, ma anche storicamente e culturalmente. Io, prima dell’indagine (che con gli anni mi ha dato ragione e reso giustizia) ho sentito queste “affinità” con il mio istinto, guidato da intuizioni che mi arrivavano chissà da dove e che (prima ancora della moda celtica ed etnica), mi hanno valso per anni tanti biglietti omaggio (che per fortuna non ho mai usato!) per i vari... manicomi e cliniche psichiatriche. Sia in Italia con gli amici della associazione “Firenze Jazz” da me fondata nel 1966, sia in Irlanda più di recente, quando per esempio dicevo che il jazz era nato principalmente dall’incontro dell’Africa con l’Irlanda anzi quasi più irlandese che africano soprattutto nella danza; o quando dicevo che i baschi e gli irlandesi sono lo stesso popolo e che già 3000 anni fa in Irlanda si parlava Euskera. Fino ad arrivare alla più insensata delle mie teorie, in cui affermavo per scherzo che essendo io un etrusco nato in Toscana e non avendo trovato in questa terra più nessuno che parlava etrusco ho dovuto farmi adottare dai baschi e dagli irlandesi, ma a conferma di ciò, più tardi trovai un articolo sul giornale “La Nazione” di Firenze in cui un antropologo spagnolo stava traducendo la lingua etrusca proprio attraverso l’Euskera!


Fare il musicista non ti impedisce di prendere posizioni ed iniziative per far meglio conoscere anche le situazioni politiche e sociali delle culture e delle popolazioni che celebri nella tua musica, quanto ti senti vicino a questi popoli?

Questa domanda devo rigirartela nella risposta, cioè a me fare il musicista non mi ha impedito di lavorare nel campo sociale semmai è questo lavoro e questo mio “hobby” della giustizia che mi ha impedito spesso di fare il musicista. E’ anche per questo che è così difficile trovare i miei cd nei negozi ed è invece così facile trovare quelli di coloro che mi hanno (in buona fede o in cattiva fede) imitato.
Vedi, ci sono due modi di far politica con la musica: il primo, quello più diffuso consiste nell’usare il sociale e la musica per fare del business, farsi pubblicità e ingrandire il proprio conto in banca (gli artisti di destra con i concerti di beneficenza, quelli di sinistra anche con i concerti di beneficenza ma soprattutto con la canzone cosiddetta politica); il secondo modo, poco in voga, consiste prima di tutto nel fare della musica di qualità (che è già un grosso rischio) e poi impegnarsi nel proprio settore e nel proprio campo che è poi un altro bel rischio (per esempio denunciare i “paradossi grotteschi” e le assurde pretese della SIAE).
Quando sentirete qualche rock star o cantante lirico che devolve i diritti SIAE di un concerto di beneficenza e relativi passaggi televisivi al terzo mondo allora potrete credere in una qualche buona fede anche minima ma io in tanti anni ricordo solo un caso e non si trattava di una rock star ma di un cantante italiano di nome Pierangelo Bertoli. Se voi ne conoscete altri informatemi, ne sarò felice. Quando frequentavo la casa di Paul Mc Guinnes, manager e creatore del gruppo U2 perché stavamo lavorando ad un progetto insieme, Paul mi diceva che gli U2 in Irlanda vendevano 60.000 dischi mentre in Italia ben 600.000. Ecco che quando apparve Bono con Jovanotti in televisione a cantare “Rimetti i nostri delitti” si può capire abbastanza bene perché lo faceva! Forse avrei dovuto essere più diplomatico nelle mie relazioni sociali ma comunque non credo siano state le mie ironie su Bono (nel mio ultimo libro ce ne sono molte) a “raffreddare” la mia solida amicizia con Paul Mc Guinnes quanto il fatto che la sua socia Barbara Galavan non ha rispettato gli impegni scritti presi con me allora e soprattutto che più recentemente la Radio Nazionale americana e i giornali Irlandesi hanno affermato che lo spettacolo musicale più venduto al mondo negli ultimi 100 anni: Riverdance prodotto proprio da Paul e composto da Bill Whelans era basato sul mio lavoro e che il brano iniziale era identico ad una mia composizione del 1979. Ecco far politica con la musica vuol dire anche questo: farsi fregare! Il che non vuol dire essere stupidi (come può uno stupido aver ispirato Riverdance?), ma vuol dire che in questo mondo spesso o freghi o sei fregato e se sei fregato può voler dire che almeno non hai fregato e se non hai fregato hai già fatto qualcosa di utile socialmente.
Tornando alla canzone politica vorrei raccontare che quando negli anni 70 Giovanna Marini, Ivan della Mea ed altri mi chiesero di venire a far parte del Canzoniere Italiano per far canzoni politiche utilizzando la musica irlandese (avevo da poco fondato il gruppo Whisky Trail) risposi che con tutto l’affetto e la stima che avevo per loro (veri e seri ricercatori nonchè etnomusicologi), io lottavo contro la “canzone politica” quelle canzoni (ben diverse dalle loro) che dietro parole pseudo rivoluzionarie nascondono musica fascista (e comportamento incoerente dell’autore!). Dissi loro che l’Italia aveva invece piuttosto bisogno di riappropriarsi di ritmi e musicalità rivoluzionari perché la socializzazione e la possibilità di esprimersi (fini primari per me della musica) non avvengono negli stadi ma nei piccoli ritrovi come le sessions dei magici pub d’Irlanda. Ecco, quello era il mio impegno ed il lavoro che io dovevo svolgere socialmente! Un lavoro contro il business della canzone cosiddetta politica ma spero complementare a quello di Giovanna e di Ivan.
Se avessi seguito il consiglio del Nuovo Canzoniere Italiano insieme al mio gruppo avremmo potuto fare i “Modena City Ramblers” 15 anni prima (non è un caso che Massimo Giuntini l’unico dei “Modena” a conoscere bene la musica irlandese, lavora ora con i Whisky Trail e ha collaborato splendidamente anche in diversi miei lavori). Comunque la mia risposta ha trovato poi conferma nelle parole di Victor Jara che qualche tempo prima di essere torturato e ucciso da Pinochet per le sue canzoni (meravigliose) aveva detto:
“Sono stufo dei cantanti di protesta, oggi esiste ormai la Hit Parade della canzone politica; l’importante è che uno sia veramente un rivoluzionario e non un mercante di populismo!”
Tu mi chiedi poi quanto mi senta vicino a questi popoli che musicalmente rappresento. Posso dirti che la vicinanza è reciproca perché le enormi difficoltà che nella mia vita ho avuto con i managers i promoters e i discografici è stata inversamente proporzionale alla simpatia, all’affetto e al rispetto che ho ricevuto dai rappresentanti di questi popoli. Dai neri d’Alabama (descritti nel racconto del mio nuovo libro Heyoka) alle famiglie gitane di Madrid e Andalusia, i poeti e i cantanti baschi, i musicisti irlandesi. L’ultima grande e inaspettata accoglienza l’ho avuta in Turchia. Ma anche lì l’amore a prima vista (ben corrisposto!) è nato, tanto per cambiare, con musicisti curdi e gitani: in particolare con Selim Sesler, grande musicista e splendida persona. Forse questi popoli mi amano e mi capiscono perché anche loro come me si sono “lasciati fregare”! Ma attenzione non sono stupidi e la loro vendetta (speriamo anche la mia!) è quella di continuare a sfornare una musica sempre più bella ed originale come hanno fatto gli schiavi neri e quelli irlandesi che si sono uniti … ed è scoppiato il Jazz.


L’originalità del tuo linguaggio musicale sta anche nella tua eclettica capacità di fusione di generi (Arabo, Irlandese, Andaluso) mescolando la musica tradizionale con le influenze moderne (blues, jazz), fino ai confini della musica classica, della world music, della musica etnica. Qual è stata la più importante influenza nella tua vita professionale?

E’ veramente difficile dire la più importante. E’ come chiedere qual è il pezzo più importante di un puzzle. Se si intende maestri il primo è stato mio nonno Carlo che mi ha insegnato l’ironia e la poesia. Mio padre Giorgio mi ha iniziato al pianoforte e mi ha comunicato il feeling per il Jazz all’età di tre anni, poi però ha cercato di togliermelo e ancora oggi non si è “rassegnato“ alla mia musica! Ma immagino che questo faccia parte della sfida della vita e delle prove che dobbiamo affrontare: forse mio padre mi ha voluto dare un esempio, in casa, delle difficoltà che avrei trovato fuori ( anche se non avevo certo bisogno di una in più!) Poi al conservatorio Giulio e Fernanda Pachetti, Salvatore il Gesualdo e il maestro Fabbri che mi hanno salvato dalle grinfie scolastiche regalandomi tuttavia segreti e tesori inestimabili del mondo accademico e classico. Poi fondamentale per la mia formazione socio-culturale giovanile è stata l’influenza di Fabio Masi parroco di Vingone (oggi di Paterno). L’amicizia con Ermanno Olmi, Mario Monicelli, Franco Piavoli, e John Bohorman; la lunga collaborazione con Folco Quilici, l’amicizia e lo scambio musicale, umano e “etnico” con Benito Lertxundi, Ronnie Drew, Joe Mc. Hugh, Juan Martin, Andres Morte, J.A.Irigarai, Giancarlo Galardini, Tomas De Los Reiers, Antonio Carmona, Gabin Dabirè, Alì Tajbakshs, Austin Brehony, Balen Lopez de Munain, Velemir Dugina, Sergio Candotti, gli Intillimani e Bianca Stella Croce, i Dubliners e tanti altri.
Se si parla di eventi direi l’episodio della “messa in Alabama “ descritta nel racconto del mio nuovo libro, le sessions dei pub d’Irlanda, tutto lo scambio che ho avuto con i bambini e con i giovani descritto nell’altro mio libro “ Ecologia: salviamo anche la musica” e l’incontro con il teatro San Materno di Ascona, con Michel Poletti, Umberto Savolini, Gianluca Verga (che mi ha portato poi ad arrivare qui da voi in provincia di Como e a conoscere gli amici Giulio, Claudio e Roberta!)


In particolare nella musica irlandese, che è una costante nella tua produzione musicale, c’è forte la fusione di creatività, intuito, e spiccata individualità. Attraverso l’improvvisazione il musicista è libero di elaborare e personalizzare il brano originale (non a caso spesso non c’è un autore preciso, che rimane anonimo) così da trasformarsi da esecutore/performer nel vero compositore. Questo mi sembra molto anche il trade-mark del tuo stile di fare musica, di rivisitare e trasfigurare le composizioni che vanno dal tradizionale alla musica classica, sei d’accordo?

Sono d’accordissimo!
Il concetto di tradizione per me è quello che unisce tutte le tradizioni e non solamente quelle “tradizionali”!
In Irlanda la musica di questa terra non si chiama Folk o Irlandese ma Tradition. E così a New Orleans i neri con i quali tanti anni fa suonavo non chiamavano la loro musica Jazz ma Tradition.
Ma anche J.S.Bach quando copiava a tavolino gli innumerevoli e sconosciuti compositori (soprattutto Italiani e Francesi) lo faceva per entrare nella tradizione ed è successo che una delle opere più importanti di Bach, la suite per violoncello, pare accertato non sia sua ma di uno di questi sconosciuti che lui ha copiato. Questo non toglie niente al genio di Bach ma ci fa capire che il concetto divistico di genio va ridimensionato perché il genio vero è la tradizione e senza tanti altri piccoli geni non esisterebbe Bach. Del resto anche Bob Dylan ha cambiato le parole a tante melodie Irlandesi ma lui a differenza di Bach ci ha fatto un bel business con quelle “copie”. Bisogna riconscere però che Bob (oltre ad essere un grande artista) almeno ci ha dimostrato di non essere un ignorante come tante altre rock e pop stars che pur nate in Irlanda non si sono mai degnate di conoscere e capire la loro tradizione (che tra l’altro è una delle più importanti del mondo e senza la quale non esisterebbe Bach, il Jazz e quindi non esisterebbe nemmeno la loro musica).


In questo particolare momento che direzione sta prendendo la tua musica?

Per alcuni la musica è un transatlantico che viaggia tranquillo nel mare del successo, del marketing e della notorietà. Per altri è una barchetta a vela che solca le onde affrontando tempeste, mostri, pirati, sirene e pescecani. Le tempeste sono pane quotidiano con il quale fare i conti, i mostri sono il riflesso dei nostri errori e ci assalgono di notte; i pirati, con loro abbiamo fatto amicizia e ci siamo anche ubriacati insieme; le sirene ci hanno fatto sognare ma hanno anche tentato di dominarci e continuano a farlo; i pescecani telecomandati dai transatlantici spalancano le loro fauci ma con l’aiuto dei delfini siamo sempre riusciti ad allontanarli. Tu mi dirai “che c’entra tutto questo con la mia domanda?” C’entra perché la direzione della mia musica dipenderà dall’esito della lotta con il mare e dalla volontà del vento. Può darsi che un giorno troveremo una baia tranquilla in una piccola e magica isola e spero non ce la lasceremo scappare, ma mai monteremo sui transatlantici.
P.S. In questo momento, comunque, sono molto preso dai vari concerti/presentazioni del mio libro Heyoka (ed. ethnic piano). Uno dei miei sogni futuri sarebbe registrare insieme a Selim, il grande musicista turco che ha suonato con me al concerto che ho tenuto ad Istanbul per l’ambasciata italiana.


Breschi non solo musicista ma anche scrittore, cosa ci puoi dire dei tuo libri “Ecologia: salviamo anche la musica” e del recentissimo “Heyoka, il giullare della musica”?

Ho già accennato nelle altre risposte a questi due libri: il primo è una raccolta delle mie esperienze con la scuola e con i centri didattici in Italia e in Svizzera, è di carattere specialistico ed educativo, credo abbia un valore soprattutto di testimonianza. Questo mio nuovo lavoro invece, che incorpora anche il secondo (“Semiminime“) ed al quale ho dedicato almeno vent’anni, spero sia qualcosa di più. Partito da una lunga intervista-concerto tenuta alla radio televisione svizzera a Lugano e dall’amicizia con Ermanno Olmi, porta scritto sul retro della copertina: “Questo libro è contro tutti e a favore di tutti, chi vuole indignarsi è padrone di farlo chi vuole innamorarsi è libero di farlo. Confido che possa pungolare non solamente i cervelli ma anche i cuori e l’anima della gente affinché loro poi ripùngolino me e così insieme forse si possa un giorno, in questo mondo così ingarbugliato, se non diventare illuminati, almeno capirci qualcosa!"