La musica del mondo tra la tua finestra e l'orizzonte...
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QUESTIONE DI DETTAGLI
INTERVISTA A PIERRE BENSUSAN
di Rita Girola

Difficile inquadrare Pierre Bensusan. E’ tutta una questione di equilibri delicati, penso mentre con Pierre ci avviamo verso il bar, dopo più di due ore trascorse a mettere a punto i suoni e le luci per il concerto.
Inflessibile ed entusiasta. Mi vengono in mente questi due aggettivi pensando a Pierre. Inflessibile ed esigentissimo quando si tratta di raggiungere la perfezione del suono, Pierre Bensusan rivela una personalità appassionata ed entusiasta di tutte le cose belle della vita, a cominciare da una golosissima tazza di cioccolata fumante dinanzi alla quale non esita ad intonare una versione informale di “Gaudete” degli Steeleye Span.
Difficile equilibrio quello tra una sensibilità così accesa e l’esigenza della perfezione. Tutta una questione di continue messe a punto, scoprirò nel corso dell’ intervista. Una questione di sottilissime sfumature, di dettagli che fanno la differenza. Perché l’Arte Suprema, la purissima espressione del suono e del suo messaggio non sia sacrificata ad alcun compromesso ed arrivi dritta al cuore dell’ascoltatore…





Secondo te, Pierre, qual è il ruolo di un artista nella nostra società?
Un artista è un ponte, una connessione, un passaggio. Tutto qui. L’artista è colui che propone qualcosa che non è necessariamente ciò che gli altri si aspettano.

Uno che propone qualcosa di molto personale, insomma…
Sì, ma non così personale da risultare ermetico.

Certo, non avrebbe senso, se non c’è comunicazione, voglio dire…
Sì, ma il concetto di Comunicazione è molto soggettivo. Ciò che per te è Comunicazione non lo è necessariamente per me. E’ un equilibrio molto strano: a volte funziona, a volte non funziona. Ci deve essere uno spazio, all’interno del lavoro di un artista, dove la gente possa sentirsi invitata ad entrare.

Scrivi soprattutto per te stesso o per gli altri?
Scrivo essenzialmente per me stesso. Però a volte mi viene richiesto di lavorare su dei progetti: ad esempio ho scritto musica per un coro di voci bianche, ho composto la colonna sonora per un film di animazione ed ora -- strano ma vero – sto scrivendo per una cantante che ha lavorato con James Brown per più di 30 anni. Mi sto occupando del suo disco: lei scrive i testi e io le musiche, sai, gospel, rhythm’n’ blues, soul…Adoro questo genere di musica.

In effetti quando ascolto la tua musica penso che in te convivano molte anime differenti: l’anima medievale, quella brasiliana, quella melodica…Non conosci confini!
Perché dovrebbero esserci dei confini? Quando leggi un poeta cinese, brasiliano o giapponese, cerchi quello che c’è di universale nel suo lavoro, cerchi quello che è comune alla tua esperienza. In questo senso io mi sento come un attore che deve interpretare qualsiasi ruolo gli venga richiesto: devi trasmettere qualcosa. Perciò non esistono confini: ci sono suoni diversi, diverse culture musicali, ma sono di fatto parole diverse di uno stesso vocabolario. Io voglio conoscere l’intero vocabolario per potermi esprimere nel modo più completo.

Pensi a te stesso come a un compositore o come a un chitarrista?
Io sono un musicista. Adoro la chitarra, ma è solo uno strumento. Se non fosse la chitarra sarebbe qualcos’altro.

Cosa ti fa sentire meglio: suonare in studio o dal vivo?
Suonare a casa mi piace molto, ma studio e palcoscenico sono due situazioni completamente diverse. La dimensione live deve essere una sorta di continuazione del lavoro che hai fatto a casa: quando mi sento rilassato e a mio agio sul palco è fantastico. Non c’è nulla che si possa comparare al fatto di suonare dal vivo. E’ tremendamente eccitante. Qualcuno potrà non essere d’accordo ma per me il musicista DEVE suonare dal vivo , deve suonare per qualcuno.
Puoi farmi qualche nome di musicisti - non necessariamente chitarristi - che ti hanno influenzato?
Cominciamo con Jimi Hendrix, poi direi Ry Cooder, Egberto Gismonti, Paco De Lucia, John Mc Laughlin, Earl Klugh, Ralph Towner, Django Rheinhardt…

Ma sono TUTTI chitarristi!
Guarda che in realtà io ascolto pochissima musica per chitarra. Se voglio ascoltarla la faccio, me la faccio da me. I musicisti che ho appena citato per me sono molto più che chitarristi, sono grandi musicisti, grandi compositori e improvvisatori straordinari. Egberto Gismonti è un gigante!
Comunque io amo ascoltare anche Keith Jarrett, ad esempio, o i Weather Report, sai Joe Zawinul, Wayne Shorter…

Ti piace il jazz, insomma
Certo, perché è musica composta di getto, sul momento, ed è quello che cerco di fare io, la direzione che mi piacerebbe prendere…

Del resto questa è anche una caratteristica della musica antica e barocca
Esattamente! (esclama in italiano illuminandosi, n.d.a.). Per me questa è l’Arte per eccellenza: riuscire a incarnare i sentimenti più autentici, esprimere esattamente quello che senti! Improvvisare è la cosa più difficile.

Le liriche di una canzone del tuo ultimo CD “Altipiano” sono tratte da un poema di Victor Hugo
Infatti. Le liriche dell’altro pezzo cantato, invece, sono state composte da mia moglie, lavoriamo insieme da anni, abbiamo scritto molte canzoni che non sono mai state incise o eseguite dal vivo, diciamo che stanno ancora maturando, lei spesso dà un’occhiata a quello che ha scritto in passato e ci lavora sopra ancora

E’ una perfezionista come te, allora…
Credo che voglia solo essere sicura che ciò che ha scritto esprima quello che sente veramente

Ma il tuo rapporto con la letteratura?
Leggo sempre, leggo tutti i giorni, principalmente libri di storia, antropologia, sociologia. Mi piacciono anche i romanzi ma devo essere dell’umore giusto per leggerli, e comunque amo i romanzi storici.
Poesia ne leggo pochissima, anche se mi piace molto: di solito mi ispira a comporre, sai, scatta l’associazione con la musica.

E’ tipico della poesia: non è sempre facile entrare in sintonia con chi scrive, ma quando succede…
Sì, è un’emozione molto molto forte, è forte come la musica. Del resto musica e poesia hanno lo stesso obiettivo: dire tanto con poco.

Ho notato che i brani contenuti nel tuo ultimo CD “Altipiano” sono molto diversi fra loro: forse perché sono stati composti in periodi differenti?
Esattamente. Alcune composizioni risalgono a 15 anni fa, le avevo lasciate da parte e recentemente le ho riprese in mano. Magari le ho suonate dal vivo in passato, ma per qualche ragione le accantonavo pensando di non essere pronto per quella musica. Vedi, a volta capita che la musica è lì, ma bisogna che anche tu sia lì, capisci? E’ quello che capita a volte con l’improvvisazione…è come avere un cane pericoloso, devi sapere come tenerlo a bada, devi domarlo, e lo stesso succede con la musica, a volte è così forte e intensa che non sei in grado di gestirla, perciò devi maturare, passare attraverso una serie di esperienze e solo a quel punto puoi ritornare alla musica.
Lo stesso è successo con alcuni pezzi di “Altipiano”: a un certo punto ho sentito che il momento giusto era arrivato, ed ora questi pezzi sono destinati ad avere una nuova vita, perché il fatto di averli registrati è solo un passaggio, è una nascita. Una volta che le hai dato vita, la musica è destinata a vivere e cambiare.

Pensi che ci sia stata una evoluzione nel tuo stile?
Sì, decisamente, e non solo perché sono maturato come uomo; c’è stata sicuramente una evoluzione notevole dal punto di vista tecnico.
La tecnica è fondamentale perché ti permette di affrontare serenamente l’evoluzione dello stile. Per questo io lavoro moltissimo per sviluppare la mia abilità: così quando suono posso concentrarmi sulla musica, e non sui problemi tecnici.

Parlando di tecnica, cosa mi dici della chitarra classica?
Ne ho una e la adoro. Certo è uno strumento completamente diverso. Con l’acustica la risposta è immediata mentre con la classica non succede niente del genere, sai, il tono, il vibrato, la mano sinistra, il peso del tocco, insomma mi manca qualcosa con la chitarra classica…mi manca l’aspetto fisico, il mio interagire con lo strumento, sai l’acustica io la tengo molto vicina al mio corpo e il movimento fisico condiziona il suono e lo modifica, e questo fa parte della mia tecnica. Certo quando suono la classica è tutta un’altra cosa.

Così non pensi di poterla usare dal vivo perché hai paura di non riuscire ad esprimerti completamente
Diciamo che se avessi il tempo di dedicarmi a lungo ed esclusivamente alla chitarra classica, magari per un mese intero, allora sì potrei salire su un palco e suonarla. E’ una questione di tempo, di acquisire confidenza con lo strumento.

So che hai lavorato con Paulo Bellinati, un compositore brasiliano molto interessante, uno dei pochi ad avere composto musica originale per un quartetto di chitarre: ti è mai venuto in mente di comporre qualcosa del genere?
Sì ma non ho mai trovato il tempo. Mi è stato chiesto, anzi, continuo a ricevere richieste dai chitarristi classici, ma non so…credo che se dovessi addentrarmi in questo territorio scriverei piuttosto musica per archi, musica per orchestra…

Hai intenzione davvero di scrivere musica per archi?
Mi piacerebbe, del resto ne ascolto parecchia.Ma in ogni caso credo che chiederei l’aiuto di qualcuno molto abile nell’orchestrazione, qualcuno che possa aiutarmi ad esprimere esattamente le mie idee.

In un disco di Michael Hedges c’è un brano che si chiama “Bensusan”: è abbastanza facile immaginare che sia dedicato a te…
Certo che è dedicato a me, solo che molti non lo sanno e si chiedono che cosa significhi quella strana parola

Cosa puoi dirmi di Michael? Eravate amici? Avete lavorato insieme?
Non so dire se eravamo amici: ci siamo incontrati diverse volte, abbiamo suonato assieme e so che Michael era un mio grande fan.
Riguardo al pezzo che mi ha dedicato ricordo di aver letto una sua intervista dove diceva : “Arrivavo a casa dopo una lunga passeggiata e mettevo i CD di Pierre, e poi facevo un bagno ascoltando la sua musica, l’ho fatto regolarmente tutti i giorni per 6 settimane…”
E alla fine delle 6 settimane scrisse quel pezzo.
Anche io gli ho dedicato una composizione, dopo la sua morte (“So long Michael” n.d.a.)
E’ straordinaria la forza del brano che lui ha scritto per me; ancora dopo molti anni lo trovo di una intensità incredibile. Molti tra quanti hanno amato Michael (lui in America era un autentico mito) ora si stanno rivolgendo alla mia musica proprio a causa di quel brano.


E’ stato gentile da parte sua …il titolo certo è originale, molto spontaneo, direi che è tipico di Michael…
Credo che fosse solo un titolo temporaneo che alla fine decise di conservare e rendere definitivo. Sì, è una scelta originale ma anche molto pericolosa: se tu dai il nome di qualcuno ad un brano significa che lo conosci profondamente. In questo caso ha funzionato, mentre altra gente ha provato a dedicarmi dei brani ma senza successo. E’ molto difficile…Quando fai una cosa del genere devi saper andare al di là…devi descrivere con la musica la personalità e le emozioni di un individuo, non devi copiare il suo stile, rifare il suo stile. Deve esserci qualcosa, insito nella musica stessa, che ti fa pensare a quella persona. E’ veramente difficile riuscire a non essere ingenui. Michael ha fatto un lavoro straordinario. E’ riuscito a rendere le diverse sfaccettature della mia personalità. E’ un pezzo davvero molto intenso.

Prima di lasciarti andare vorrei sapere qual è il tuo rapporto con l’industria discografica
Vedi, l’industria discografica è fatta di diversi livelli. Certo io non sono al top, ma non sono nemmeno al livello più basso. Ottengo dei riconoscimenti, ho un pubblico in tutto il mondo, da 31 anni riesco a vivere del mio lavoro di musicista e vedo che sono sempre in crescita, una crescita lenta ma costante. Capita che a volte la gente mi riconosca per strada e anche questo va bene, mi piace. Ma ciò che è soprattutto piacevole, per me, è il fatto di suonare, e capire che hai dato qualcosa alla gente, e sapere che, una volta finito il concerto, tu sei rimasto nei cuori di questa gente. Non c’è posto migliore dove stare.

E’ la ragione per cui si scrive, si suona, si canta…lo scambio di emozioni, voglio dire
Esattamente, è proprio così. Vedi, l’industria discografica può creare un personaggio dal niente. Ma ciò che conta veramente è quello che faccio io: viaggiare, suonare per la gente, a volte in grandi città, a volte in piccoli centri come questo. Quello che conta è dare qualcosa a chi ti ascolta, è lo scambio di emozioni, e questo può avvenire ovunque.

Lurate Caccivio, 5 febbraio 2006