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BELTUNER
Swing acustico e piacere puro di suonare dal vivo
di Claudio Giuffrida


L'incontro con questi musicisti esponenti della Tradizione Manouche ci permette di dare spazio anche ad alcune brevi premesse storico-musicali:

I nomadi Manouches sono i discendenti del ceppo zingaro più antico. Giunti in Europa occidentale tra il XV e il XVI secolo, dopo un viaggio durato circa un millennio, hanno scelto come sede di permanenza la Francia, l'Olanda, la Germania e il Belgio. La loro origine indiana trova conferma nel nome "manus", appartenente al ceppo linguistico indo-europeo. E' entrato nel linguaggio corrente francese come Manouches che dall'antico Hindi deriva dal termine "manusa": essere umano.
Un contributo significativo allo sviluppo dello stile musicale Manouche fu apportato negli Anni Trenta dal chitarrista e compositore Django Reinhardt, anch’egli Manouche. Nel 1934, Django creò con il violinista Stéphane Grappelli il Quintetto a corde dell’Hot Club de France: nasce un nuovo ed interessante jazz Europeo. Verissima la citazione di Cocteau "Questa chitarra ha voce umana"!

Nelle comunità Manouche, la tradizione si trasmette oralmente in occasioni di festa ed incontri familiari dove la musica occupa sempre un posto preponderante. Senza dubbio l’invenzione di questo nuovo folklore risale alla fine degli Anni Sessanta. Il fondamentale riferimento per il suo sviluppo fu il primo quintetto a corde di Django, quello formatosi prima della guerra. I Manouche ne impararono il repertorio e acquisirono padronanza con gli strumenti: una chitarra da accompagnamento ed un contrabbasso per assicurare una imperturbabile sezione ritmica (da loro chiamata "la pompe" manouche), una chitarra solista, un virtuoso violino e talvolta una fisarmonica.
I Manouche non aderirono affatto al Jazz, ma solo allo stile di Django con il desiderio di affermare la loro appartenenza etnica. Il jazz Manouche inoltre ha un suo stile particolare che non può essere assimilato alla musica gitana.



Una serata ad Albiolo venerdì 23 marzo carica di energia e di buonissima musica grazie a questo quartetto di musicisti virtuosi dei loro strumenti ma capaci di contagiare il pubblico con il loro buon umore ed una musicalità ricca di stimoli e di fantasia.
Due chitarristi Pascal e Arnaud capaci di melodie accattivanti, di dialoghi intensi, di entusiasmanti alternanze alla ritmica o alla solista. Una fisarmonica liberata da un irrefrenabile Johann felice nel suo duettare con le chitarre insieme a Nicolas ed il suo contrabbasso dal suono caldo e con swing da vendere.
E' proprio Nicolas Pautras che ci concede l'intervista al termine del concerto lanciandosi in un italiano ammirevole.

L'approccio caratteristico Manouche alla musica basato sull'improvvisazione e aperto alla contaminazione è principalmente dovuto alla fusione del jazz degli anni trenta di Django Reinhart con il folclore gitano. Django come chitarrista ha fatto più di chiunque altro per avvalorare il ruolo dell'assolo virtuosistico distruggendo il concetto della chitarra come puro strumento per l'accompagnamento ritmico.
Musicalmente qual'è l'influenza di Django Reinhardt e cosa rappresenta per voi?

Django è stato il primo che ha creato il genere, un vocabolario tipicamente manouche, con l'influenza del jazz e della musica francese Musette. Django abitava a Parigi quindi è stato naturale per lui fondere queste musiche creando questo nuovo genere chiamato Manouche. E' stato un musicista di riferimento per grandi musicisti e anche noi ci ispiriamo a questa musica ma non siamo musicisti veramente Manouche.

Come appassionato chitarrista so che a causa dell'incidente alla sua mano sinistra Django aveva la possibilità di usare solo il pollice, l'indice ed il medio, così dovette sviluppare un metodo per suonare sostituendo la ditteggiatura con le triadi (accordi di tre note), utilizzando gli accordi di 6/9 e abolendo i tradizionali accordi di barrè. Avete sviluppato un approccio particolare nel comporre e nell'arrangiare?

Arnoud il nostro chitarrista è quello di noi che più suona nello stile Manouche, ama molto la tecnica di Django ma non è l'unico linguaggio a cui facciamo riferimento, ascoltiamo molta musica diversa nei generi e questo si ritrova nella nostra musica. Cerchiamo di esprimere la nostra personalità senza paragonarci però ai caposcuola alla Bireli Lagrene per intenderci.

Mi è piaciuto molto sentire nel vostro modo di fare musica il piacere di suonare insieme, la capacità di comunicarlo, in modo trascinante, con un ritmo spettacolare che fa scatenare la voglia di ballare...

Si è vero facciamo concerti che durano anche 6 ore in forma di ballo collettivo, come è successo due settimane fa al Balajo un locale di Parigi dove si è creata una specie di trance collettiva che ha coinvolto il pubblico in modo anche molto fisico. Non ci piacciono i concerti dove si ascolta in silenzio, ci piace vedere che il pubblico si senta bene e che lo esprima anche ballando, lasciandosi andare. Ci piace creare una specie di centro di vita.

Il Jazz manouche usa molti generi di ritmi: il valzer, la pompa, la rumba, il bolero, il tango. La vostra sezione ritmica contrabbasso-chitarra ritmica crea molto spazio per gli assoli della chitarra e della fisarmonica. Dove avete trovato ispirazione per la vostra musica?

Molto nella musica Jazz, ma soprattutto Piazzolla, nello swing. Nel repertorio della fisarmonica c'è molto genere Musette che è in stretta relazione con la musica manouche, i due generi sono molto vicini. La pompe invece è un modo di suonare la chitarra imprimendo un ritmo tipico manouche, (a questo punto ci mima il ritmo) che si traduce in una contro-pennata quasi impercettibile. Personalmente con il contrabbasso invece cerco di marcare il ritmo per lasciare molto spazio all'improvvisazione degli altri strumenti.


L'apporto ed il contributo della fisarmonica di Johann sono essenziali nel fondere la varietà del Valzer, dello stile Musette, della musica tradizionale manouche con un enorme ricchezza di scelte che permettono di coinvolgere molto gli ascoltatori. E' proprio il grande spazio lasciato all'improvvisazione che genera e trasmette intense emozioni...

Si, si, abbiamo la fortuna che siamo molto amici e che ci sentiamo bene quando suoniamo sul palco, abbiamo molta musica scritta, in partiture ma ci piace dare vitalità alla nostra musica e che riesca anche a far venir voglia di ballare.
Per contro ci dobbiamo prendere molto tempo quando dobbiamo incidere un disco perchè ci piace lavorare lentamente, curando i particolari, assaporandone le sfumature.